Se mi accingo a scrivere qualche pensiero sulla Messa, non è certamente con l’intendimento di dire qualcosa di nuovo su questa grande cosa, alla quale Gesù ha affidato il migliore e più efficace ricordo (memoriale) di sé, della sua morte e risurrezione, e sul fatto incontestabile che l’Eucarestia è “culmen et fons” della preghiera e della vita della Chiesa di Cristo, onde è stato detto autorevolmente (card. Henry De Lubac) che la Chiesa fa l’Eucarestia e l’Eucarstia fa la Chiesa.
Intendo solo evidenziare, almeno a me stesso, qualche aspetto della Messa che rimane normalmente in ombra, con grave impoverimento del rito stesso e pericolo di insufficiente e parziale partecipazione del popolo cristiano.
La cosa che sento più gravemente manchevole è la poca o nulla indicazione e importanza data alla Messa, come “sacrificium propitiatorium” (vedi conc. di trento). A uqesto proposito, trascrivo un testo del Concilio di Trento (Sess. XXII, Cap. 2) nella lingua originale, per non correre il rischio di capire male: “docet sancta Synodus, sacrificium istud vere propitiatorium esse, per ipsumque fieri, ut, si cum vero corde et recta fide, cum metu et reverentia, contriti ac poenitentes ad Deum accedamus, misericordia consecuamur et gratiam inveniamus in auxilio opportuno (Eb. 4,16). Huius quippe oblatione placatus, Dominus gratiam et donum poenitentiae concedens, crimina et peccata etiam ingentia dimittit”. Non ho capito, nessuno mi ha mai spiegato che cosa significhi l’ultima frase: “…crimina et peccata etiam ingentia dimitti”. A volte temo che questa frase non sia nemmeno conosciuta! Sono almeno 4 i momenti prevalentemente e specificatamente propiziatori nella Messa: -l’atto penitenziale all’inizio, -la recita del Padre Nostro –e dell’Agnello di Dio per il loro contenuto di pace con Dio e coi fratelli –lo scambio della pace, se non fosse un gesto solo o troppo formale. Mi domando: quando, come e con quale cura e intensità spirituale si mette normalmente in evidenza il contenuto propiziatorio (perdono di Dio – perdono reciproco tra i fratelli) della Messa? Si vedono addirittura dei Vescovi che liquidano l’atto penitenziale iniziale con una sospensione silenziosa di tre-quattro secondi! E chi è, tra il nostro buon popolo cristiano, che sa che nei primi secoli la Messa era il momento ufficiale e solenne, davanti al Vescovo e alla comunità riunita, che si operava la riconciliazione con Dio e coi fratelli e si riammetteva il peccatore pentito alla vita liturgica? E chi, oggi, va alla Messa domenicale con la convinzione di ottenere la remissione almeno dei peccati comuni, meno gravi, ed è pronto a ricevere la riconciliazione e la pace con Dio e i fratelli, per mezzo del sangue dell’Agnello divino, ricordando le parole del Vangelo di Matteo (5,23-24): “se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”. Nessuna Messa dovrebbe essere celebrata senza un richiamo, anche breve, a questo fatto e agli elementi liturgici che lo contengono e realizzano. Questo richiamo, secondo me obbligatorio e raramente fatto, ed altri momenti importanti della celebrazione Eucaristica, debbano essere evidenziati con le cosiddette “didascalie”, di cui sempre il concilio di Trento (Sess. XXII cap. 8), dice testualmente: “Etsi missa magnam contineat populi fidelis eruditionem, nontamen expedire visum est patribus, ut vulgari passim lingua celebraretur. Quamobrem, retento ubique cuiusque ecclesiae antiquo et a sancta romana ecclesia omnium ecclesiarum mater et magistra, probato ritu, ne oves Christi esuriant, neque parvuli panem petant et non sit qui frangat eis (Lam 4,4): mandat sancta synodus pastoribus et singulis curam animarum gerentibus, ut frequente intermissarum celebrationem, vel per se, vel per alios, ex his, quae in missa leguntur, aliquid exponant atque inter cetera sanctissimi huius sacrificii mysterium aliquod declarent, diebus praesertim dominicis et festis”. Anche qui: è conosciuto questo testo così ricco e motivato? Il testo dice: “mandat” che vuol dire “affida”, “ordina” ai “pastori” anche “per se”, “frequenter”, “intermissarum celebrationem”, di spezzare misticamente il pane ai piccoli che lo chiedono! E non si può dire che questo ordine i padri di Trento l’abbiano dato perchè ritenevano di non permettere ancora la celebrazione delle Messe nelle lingue nazionali: la nostra gente, pur partecipando alla Messa celebrata in italiano, ne capisce, vive e gusta di più dei nostri lontani fratelli e sorelle, che ascoltavano (!) la Messa in latino, magari dicendo il rosario per non perdere tempo? E abbiamo visto, in passato, anche qualche personaggio che non si direbbe recitare il rosario durante la Messa! Credo che si possa tranquillamente dire che molte Messe sono non soltanto pre-Vaticano II ma pre-Concilio di Trento (!). E non c’è bisogno di cambiare struttura e parole della Messa, non tocca al celebrante. Si deve lasciare tutto così, intatto, finchè non interviene l’autorità ecclesiastica. Ma, tra il non fare nulla e il disfare tutto o anche solo qualcosa, ci sarà pure una strada di mezzo! E perchè non spiegare, ad esempio “intermissarum solemnia” le parole della preghiera di consacrazione, come ho fatto un anno con tanta gioia mia e poca comprensione (purtroppo) anche da parte dei più preparati nella mia parrocchia? Che cosa afferrano, anche i migliori tra i fedeli, della ineguagliabile ricchezza delle preghiere eucaristiche (amnesi, epiclesi… parole!).
Penso che basterebbe insistere, almeno per tre-quattro anni di seguito con simile iniziativa (nelle domeniche fuori dai “tempi forti) per creare nel popolo di Dio ben altra comprensione, attenzione, partecipazione alla Messa! Ho conservato queste brevi didascalie sulla terza preghiera liturgica in 13 spiegazioniche costituiscono per me un graditissimo ricordo, ma purtroppo solo un ricordo, che ogni tanto mi rileggo. Se non si rende viva, vivace e costruttiva, capita e applicabile alla vita concreta, la Messa facilmente genera noia e stanchezza, soprattutto nei giovani, e ciò è testimoniato da indagini demoscopiche attuali in Italia.
Altro elemento su cui insistere a proposito della Messa, è la partecipazione dei fedeli come disposizione globale interiore e il compimento di possibili funzioni riservate ai laici, donne comprese. Pèerchè non si puà dire che “si celebra ‘Eucarestia tutti insieme” che i laici “non ascoltano ma partecipano alla Messa” che il sacerdote o il Vescovo “a solo il presidente ma non è tutta l’assemblea”. Perchè non si può dire che “ concelebra la Messa, insieme, sacerdote o Vescovo col popolo”, per timore, veramente assurdo, che la parola “concelebrazione” venga conufusa, come significato, con ciò che si intende dire quando si parla di più sacerdoti che celebrano e presiedono insieme l’assemblea Eucaristica? Era stato ventilaoto, alla fine del 2003, un qualche pesante intervento di un organo della Santa Sede, teso a proibire alcune “libertà” liturgiche su questi particolari della celebrazione Eucaristica: il document è giunto nell’Aprile 2004 abbastanza profondamente modificato nei confronti delle previsioni originarie.
Forse si potrebbero fare altre osservazioni. Il discorso sull’Eucarestia è profondo e lungo: ho scritto ciò che posso capire, ciò che entra nella misa sensibilità, ciò che mi suggeriscono esperienza e riflessione e sessanta anni di Messa a contatto con il più autentico e variegato popolo di Dio.
Ma un’ultima cosa (ultima, nel senso dell’osservazione precedente), mi sento di scrivere anche se non riesco, forse, ad esprimermi bene. Ma io, per me, mi capisco. E’ il discorso del “segno sacramentale” (pane e vino) e della “realtà eucaristica” (Cristo morto ma soprattutto risolot), quando la parola soprattutto acquista, mi pare, una grande importanza ecumenica (in particolare coi fratelli ortodossi). Si deve evidenziare il grande valore del “segno”, utile se non addirittura indispensabile alla nostra povertà intellettiva (e del resto, Gesù ha voluto così!). Ma ricordare anche e soprattutto che nella Messa noi incontriamo Cristo Risorto, proprio nella sua caratteristica di “Risorto”, che è categoria “metastorica” ma vera, soprannaturalmente vera, che ci trasferisce a piè pari in paradiso dove “Cristo è assiso alla destra del Padre”, col suo corpo umano, ma glorificato, spiritualizzato, come sarà tra l’altro il nostro misero corpo alla fine del mondo. Mi riferisco con ciò soprattutto ai giovani, i quali sono sensibili al valore e al fascino dei “segni” (vedi le loro magliette variopinte con slogan, immagini, ecc) ma hanno bisogno di una profonda “sostanza”, di qualcosa di grande, di immenso, di infinito, qual è la realtà di Cristo risorto, pena il sentire la Mesa come solo (o quasi solo) rito, gestualità spesso scarna, povera e soprattutto quotidiana nel senso deteriore della parola. Se non si vive la realtà di Cristo come risorto con un corpo che è il suo (“il suo vero corpo” – dice la liturgia) ma diverso dello stato di prima della crocifissione, diverso dal nostro attuale, legato al tempo e allo spazio, alla provvisorietà e alla decadenza, penso proprio che un giovane faccia fatica a non provare noia ed estranietà in un rito che sia solo rito o rito inespresso e inespressibile.
Ho così terminato, in qualche modo, anche questo mio …esercizio di scrittura, nella gioia di aver parlato almeno con e per me stesso. Non mi sebra di aver buttato il tempo, perchè ho parlato di te, Signore (… come S.Tommaso d’Aquino, addirittura!).
Don Gastone de Maria